C’eravamo tanto amati

ceravamo-tantoC’eravamo tanto amati è uno dei classici dei quali si parla in differenti ambiti (anche se non molto di frequente) come un capolavoro, e un tesoro quasi sconosciuto che merita d’essere visto. Dopo alcuni anni guardando questo film, posso dire che tali opinioni sono nel giusto. Però questo film merita molto di più. La messa in onda sulla televisione a pagamento, o in quella comune, un trattamento ‘Criterion Collection’ o una grande spinta da parte di uno studio cinematografico che renda questo film celebre a livello mediatico e non solamente proiettato durante qualche occasione in club cinematografici di nicchia. Questo film può essere considerato importante alla stregua di “Amarcord”, “Cinema Paradiso” e “Splendor” (1989). Anche l’ultimo di questo elenco, diretto da Ettore Scola e potrebbe essere incluso nella trilogia informale di Scola sulla nostalgia, completata da “Le Bal” (1983). Le tematiche e la presentazione delle stesse è raccontata in modo stupendo, un marchio di fabbrica che il cinema italiano e francese ha utilizzato frequentemente ottenendo sempre ottimi risultati solamente sognati dal cinema americano. L’obiettivo raggiunto in questo caso è quello di mostrare l’importanza della memoria, di come questa viene modificata dal tempo, e il modo nel quale gli eventi e i fatti diano forma alla nostra essenza, le nostre amicizie, i nostri amori, i nostri interessi e la definizione di felicità specifica di ogni persona. La cosa più importante di tutte risulta il fatto di come i film siano una parte importante di tutti questi aspetti.

Il film basa la sua storia su tre amici che combattono con la resistenza italiana contro i nazisti, raccontando come cambiano le loro vite durante il corso di trent’anni. Gran parte dell’attenzione di questo film è posta sulle similarità di questi personaggi (ad un certo punto si innamorano tutti della stessa donna) e i problemi e gli eventi che ne derivano, con incontri e scontri durante il corso delle loro vite. I protagonisti sono: Antonio (Nino Manfredi), uno scrupoloso infermiere la cui carriera raggiunge un punto di stallo a causa delle sue visioni politiche, contrarie a quelle della maggioranza del tempo; l’avvocato Gianni (Vittorio Gassman), un professionista impeccabile presso il municipio, il quale termina corrotto da un potente industriale; e Nicola (Stefano Satta Flores), un genio del cinema che diverrà successivamente un critico cinematografico lasciando la famiglia e i figli alle spalle dopo aver difeso la grandezza del film “Ladri di biciclette” quando il club del cinema del quale faceva parte accusò il capolavoro di De Sica di garantire all’Italia una pessima fama livello mondiale.

Non c’è molto spazio per parlare di tutti i protagonisti, per questo mi concentrerò sul mio favorito, e quello che penso permetta alla maggior parte di noi una identificazione: l’uomo dipendente dai film, interpretato in modo vigoroso da Satta Flores. Ammettiamolo, siamo come lui. Non nella totalità della sua visione estrema, ma per molti aspetti. Penso ci spingeremmo fino perdere delle amicizie lottando per i nostri ideali cinematografici, difendendoli fino alla morte; tutti noi amiamo pensare di conoscere ogni aspetto di questo argomento, e ci dispiaciamo realmente per lui quando perde durante un quiz televisivo inerente al cinema italiano a causa di una domanda problematica compresa in modo equivocato (lui aveva ragione rispetto alla problematica, ma la proposizione era più semplice della sua risposta). Quando possibile, potremmo parlare per ore e ore con la stessa passione e verve mostrata da questo personaggio. Durante un momento indimenticabile è in grado di ricreare la sequenza sulle scale di Odessa del film “La corazzata Potemkin” e questo semplicemente per sbalordire una ragazza, riuscendoci in parte! Questa è l’essenza del film: il potere del cinema e la sua importanza nella vita di chiunque. Nicola, come Antonio, è conosciuto per il suo lavoro, per non essere pagato abbastanza e per essersi allontanato dai giorni del suo idealismo dopo la guerra, restando in ogni caso coinvolto profondamente in quello che fa. Un po’ cinico, ma felice, mostrandosi in completa opposizione a Gianni, il suo amico più distaccato. La storia di questo personaggio dovrete scoprirla guardando il film.

Lo sguardo nostalgico al passato, creato da Scola, è condivisibile, reale, colorito ma non troppo, rivelando l’essenza di quello che siamo realmente, persone che pensano di esercitare il controllo su ogni aspetto delle nostre vite, ma che in realtà non sono in grado di farlo. A volte coinvolgente e amabile, altre volte pressante e difficile da rendere impossibile non includere gli eventi della vostra vita e compararli con quello che vivono i personaggi. Il tempo va e viene, le nostre necessità cambiano, il nostro concetto di vita e felicità fa lo stesso percorso oppure non lo fa, possiamo essere in disaccordo sulla politica e sui film, ma resta l’amicizia, l’amore e l’ammirazione. Restiamo in ogni caso profondamente connessi attraverso le esperienze, le positive e quelle più negative. Credo che se il trio dovesse scegliere un momento da ricordare, questo sarebbe la loro battaglia finale durante la guerra svoltasi sulle montagne innevate così uniche. Non saranno mai in grado di trovare nuovamente lo stesso legame. La mia parte preferita che coinvolge uno di loro è quanto l’infermiere viene fermato da un lavoratore facente parte della produzione di “La Dolce Vita.” Cosa c’è di magico in questo? Fellini e Mastroianni impersonano loro stessi, ricreando la famosa sequenza della “Fontana de Trevi,” 14 anni dopo. Indimenticabile. Non potrebbe essere gli stessi dopo aver guardato questo. 10/10

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